Aristotele – La fisica


 

La fisica, la seconda scienza teoretica per Aristotele, studia le realtà sensibili che sono caratterizzate da due aspetti fondamentali. Il primo è che nella realtà sensibile vi è movimento, il secondo è che siamo noi a percepire tale movimento (vi sono enti, in particolare gli uomini, che ‘’percepiscono’’ tale movimento).

Ovviamente la scienza aristotelica non è la scienza delle quantità misurabili (come la nostra) ma è scienza delle forme e delle sostanze. Mentre la nostra scienza è scienza delle quantità misurabili nel mondo sensibile, per Aristotele la scienza è analisi delle forme e delle sostanze e quindi è legata alle cause soprasensibili.

Per intenderci: la scienza moderna si riferisce alle parti di quella dimensione della realtà che è  ‘’la natura’’ ed è distinta totalmente dalla metafisica. La scienza moderna fa un ulteriore isolamento: prescinde da tutti quegli aspetti naturali che sono qualitativi e analizza solo le quantità. Non è che la scienza moderna dice che qualità come i colori, suoni, sapori, sentimenti non esistono: ma dice che dipendono dal nostro modo di percepire la realtà e sono diversi dall’oggetto proprio della scienza. Il sentimento dell’odio è personale e dipende dal nostro modo di sentire l’odio, al contrario, i virus, per fare un esempio attuale, esistono indipendentemente dal nostro sentire o percepire e possono essere analizzati ‘’oggettivamente’’ dalla scienza moderna in termini quantitativi.   Per Aristotele la scienza invece non può prescindere dalla metafisica.

 

Teoria del movimento

Essendo la fisica analisi della natura sensibile (sempre in rapporto con il soprasensibile) ed essendo una caratteristica della natura sensibile il movimento, la spiegazione del movimento è il punto di partenza dell’analisi aristotelica. Come sappiamo il movimento è legato al tempo, allo spazio e alla relazione (che gli eleati negavano a partire da Parmenide perché l’essere, l’unica cosa reale, è immobile e immutabile). Aristotele, come abbiamo visto nella lezione precedente, critica la concezione dell’essere degli eleati e avanza la concezione di essere come multivocità. L’essere ha molti significati e fra questi vi sono quelli relativi alla coppia atto-potenza. E il movimento è proprio questo: il passaggio dell’essere dall’atto-alla potenza. Il movimento è quindi un modo dell’essere (e degli enti) e non un non essere come volevano Parmenide e Zenone.

Il movimento (mutamento) sottostà a quattro diverse categorie: sostanza, qualità, quantità, luogo.

Secondo la sostanza: generazione o corruzione/morte (es: la nascita di un figlio che è diverso , inevitabilmente, dai genitori)

Secondo la qualità: l’alterazione (es: il vino che diventa aceto)

Secondo la quantità: aumento o diminuzione (es: l’aumento di peso quando ingrassiamo o la diminuzione di peso quando dimagriamo)

Secondo il luogo: la traslazione (es: un libro spostato dalla libreria alla scrivania).

Ciò però, può avvenire solo se esiste un sostrato. Questo sostrato è l’essere potenziale che passa da un opposto all’altro. E’ tutto un gioco di forme che cambiano e si muovono: nella generazione la forma prende materia, nella corruzione la perde e così via. Ma la forma per cambiare e mutarsi ha bisogno della materia. Solo il sinolo, unione di materia e forma, può cambiare, muoversi, divenire. E’ la materia che ha la potenzialità di cambiare forma e di dar luogo al movimento o al cambiamento.

La materia ha la potenza di passare all’atto.

 

 

Lo spazio, il tempo, l’infinito.

Il movimento ovviamente avviene in uno spazio e in un tempo.

Lo spazio è il luogo reale, quindi è un essere a differenza di quello che dicevano gli eleati che lo riducevano a non essere, dove avviene il movimento. Inoltre, per Aristotele, ogni elemento tende al suo luogo naturale: il fuoco e l’aria tendono a salire, la terra e l’acqua a scendere.

Detto ciò per comprendere cosa sia lo spazio partiamo dal fatto che esso è il luogo che occupano i corpi.

Lo spazio è il sostrato sul quale ci sono e si muovono gli enti.

Il mio corpo occupa, è poggiato sopra e/o è immerso, in uno spazio. Lo spazio è il luogo tridimensionale occupato dagli oggetti. E per questo motivo non esiste il vuoto.

Inoltre lo spazio deve essere immobile. Infatti come farebbero a muoversi gli oggetti sopra uno spazio anch’egli in movimento? E come farei io o voi a percepire il movimento se lo spazio non fosse immobile? Pensate al treno in movimento, se siete seduti e non guardate fuori dal finestrino non percepite che vi state spostando o lo percepite in maniera confusa. Se invece, mentre il treno è il movimento guardate fuori dal finestrino un punto fermo (un albero o una casa in lontananza) riuscite a percepire il movimento del treno.  Quindi per avere movimento e per percepire il movimento abbiamo bisogno di uno spazio immobile.

Il tempo è definito come ‘’il numero del mutamento secondo il prima e il poi’’.

Il tempo è quindi il nostro modo di mettere ordine nel movimento. Una cosa si muove secondo un prima (era nel luogo A), un ora (è nel posto B) e un dopo (sarà nel posto C). E tutto ciò viene ordinato secondo un ordine che è numerico: era nel luogo A alle 10:00, è nel luogo B alle 11, sarà nel luogo B alle 12.

La questione del tempo e il suo studio è molto affascinante e ha occupato molti pensatori e scienziati nel corso del tempo.

La concezione di Aristotele sembra molto solida e chiara: le cose cambiano e il tempo misura questo cambiamento. Il cambiamento che è la vita è misurato in anni, il cambiamento di luogo in Km/h e cosi via.

Ma se nulla si muove, se nulla cambia, il tempo non passa?

Aristotele pensava di si, se le cose non cambiano, non mutano, il tempo non passa. Il tempo è sempre legato al mutamento delle cose, è sempre relativo al mutamento.

Ma è vero?

Per Newton no.

Per Newton esiste il tempo relativo al mutamento e agli oggetti che mutano, ma non è il vero tempo, il tempo reale. Il tempo relativo, quello di Aristotele, è definito ‘’apparente e banale’’ nei Principia. Il tempo vero, assoluto, è quello che scorre uniformemente senza relazione agli oggetti esterni. Per Newton il tempo scorre uniforme e imperturbabile e uguale a se stesso al di là dell’esistenza delle cose. Noi, gli oggetti, il mondo o l’universo, potremmo anche non esistere e il tempo scorre lo stesso.

Chi ha ragione? Il tempo è relativo (Aristotele) o assoluto (Newton)?

Su questo punto voglio conoscere la vostra opinione!

L’infinito è sempre in potenza e mai in atto. Significa che il concetto di infinito in a Aristotele è sempre legato a qualcosa di sensibile. Ed è legato alla sensibilità perché la categoria che utilizziamo per analizzare e comprendere l’infinito è la categoria di quantità. E la quantità è sempre sensibile.

Quindi infiniti sono i numeri. Infiniti in potenza e mai in atto (è possibile contare all’infinito senza mai arrivare ad un limite ultimo). Essi sussistono nelle cose sensibili, è la nostra ragione che li astrae. Per Platone invece erano Idee totalmente distinte dai sensibili.

Lo spazio è infinito. Essendo una grandezza materiale è divisibile all’infinito. La materia è sempre ulteriormente divisibile. Se così non fosse lo spazio (la materia) sarebbe qualcosa di spirituale. Come dirà Leibniz secoli dopo.

Il tempo è infinito. Infatti non si svolge tutto in un tempo, ma si svolge secondo il prima e il poi. E il prima e il poi sono infiniti.

 

L’astronomia.

Aristotele distingue due realtà sensibili: il mondo sublunare e quello sopralunare.

Il sublunare è quello che abitiamo noi, è soggetto al mutamento e al cambiamento, alla generazione e alla corruzione (morte). E il movimento degli enti è sempre rettilineo.

I cieli, mondo sopralunare, sono caratterizzati dal movimento circolare e non possono né nascere né perire né corrompersi, né alterarsi, né aumentare, né diminuire.

Perché i due mondi, pur essendo entrambi realtà sensibili, si comportano in modo diverso?

Perché sono costituiti di materia diversa.

Il mondo sublunare è fatto da materia che è in potenza gli stati contrari:le cose possono mutare secondo le quattro cause del movimento (il vino diventare aceto, il magro grasso, il piccolo grande e così via).

Il mondo sopralunare è fatto di una materia chiamata etere o quinta essenza, che può passare solo da un punto all’altro e perciò può essere suscettibile solo di movimento locale. Insomma i cieli girano in modo circolare ma non muoiono o nascono, ne mutano secondo la qualità e la quantità.

L’etere è ingenerato e incorruttibile, non cresce, non diminuisce, né si altera.

L’architettura del cosmo

L’universo aristotelico è una enorme sfera con al centro la terra

La terra è circondata dagli elementi via via più leggeri: acqua aria e fuoco.

Oltre il fuoco vi sono le sfere concentriche dei cieli fatti di etere a cui sono legate le stelle.

Alla prima sfera c’è la luna, poi di seguito legate alle altre sfere c’è Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove e alla settima sfera Saturno.

Alla ottava sfera è legato il cielo delle stelle fisse.

I movimenti eterni delle sfere celesti e degli astri sono indipendenti da quello che avviene sulla Terra. Tuttavia, visto che ciò che è contingente ha una causa eterna, i movimenti celesti influiscono su quello che accade sulla Terra, innanzitutto l’alternarsi delle stagioni.

Visto che nell’universo aristotelico tutto ciò che si muove ha una causa, pure il moto circolare delle sfere celesti deve averla. La causa di ciò è la sostanza soprasensibile: il motore immobile a cui tutte le cose tendono come causa finale.

 

 

 

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